Eccoci al primo numero dell’ottavo anno della mia Direzione. Sembra ieri quando ho timidamente cominciato, sommerso dal timore reverenziale del mio predecessore (e fondatore della Rivista) Sergio Sartori. Eppure di acqua ne è passata, e i cambiamenti nei contenuti della Rivista rispecchiano i cambiamenti nel percorso dell’economia mondiale. Meno articoli “classici” ma più rubriche, più contributi di notizie, più pubblicità… Avanti così? Speriamo!

Questo numero, come gli altri “Numeri 1”, viene letto dagli espositori e dai visitatori di Affidabilità & Tecnologie 2017, cui auguro un sincero successo in questi ormai tre giorni, e in questa nuova sede più prestigiosa… all’insegna di Industria 4.0.

Ieri, nella mia nuova veste di Delegato Rettorale per (tra l’altro) il Trasferimento Tecnologico, ho partecipato a un interessante convegno organizzato dai colleghi del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale della mia Università (Laboratorio RISE) dal titolo “Le nuove competenze per la Smart Enterprise”, una vera e propria tavola rotonda alla presenza di numerose imprese piccole e grandi. Dall’articolata discussione, e dal cospicuo materiale messo a disposizione dopo il convegno, sono emersi molti stimoli di riflessione relativamente al concetto di 4.0, alle profonde trasformazioni che comporta, e alle numerose problematiche che fa sorgere, chiamando ad ardue sfide tutti gli attori della trasformazione, incluse (ovviamente) anche le Università.

Il passaggio da Industria 3.0 a Industria 4.0 è epocale non tanto in termini di tecnologie. Non è giustificato dall’aumento dei Robot, o della sensoristica distribuita, o dalla intelligenza. Industria 4.0 non è figlio della meccanica, non dell’automazione, non dell’elettronica, non dell’ICT (intesi come comparti stagni).

Industria 4.0 è, invece, un nuovo paradigma di produzione, di relazione tra gli attori coinvolti nella produzione, nella vendita, nella post-vendita, e nei servizi e tra gli strumenti che vengono usati per la transizione da una produzione standard di massa alla produzione personalizzata con servizi di fidelizzazione connessi. E questo non richiede solo Robot, macchine di stampa 3D, calcolo in cloud e sensorizzazione di tutto ciò che ci circonda. Richiede, soprattutto, competenze personali nuove e in parte ancora tutte da scoprire. Al primo posto, in un’intervista a migliaia di CEO, nelle esigenze di Industria 4.0, sono i talenti: talenti che emergano non tanto in capacità tecniche e tecnologiche, ma soprattutto in analisi e gestione delle enormi quantità di dati che sono il risultato della sensorizzazione diffusa e delle tecniche di controllo innovative, soprattutto in abilità a stare insieme e condividere responsabilità anche a distanza, soprattutto in capacità di adeguarsi ai cambiamenti e alle profonde trasformazioni che stanno già avvenendo oggi ma che in maniera sempre più massiva avverranno domani, soprattutto nell’empatia e il pensiero laterale.

Sentivo ieri aziende che lamentavano non tanto l’inadeguatezza dei neoassunti o dei richiedenti lavoro (è più facile formarli), quanto quella degli occupati, che devono essere ri-formati, e dei dirigenti, che devono venire “riprogrammati” per adeguarsi ai nuovi paradigmi produttivi. Ed è facile che ad A&T, negli innumerevoli speech che si succederanno, questi temi ricorrano spesso.

Bene ha fatto il Governo a puntare i riflettori sul programma 4.0, con incentivi fiscali, superammortamenti, e così via, di cui si parlerà moltissimo durante l’evento. Ma è lungimirante e costruttivo puntare unicamente sulle tecnologie, senza curarsi del fatto che è dalle sedi Universitarie che deve partire questa spinta alla creazione di nuovi talenti, alla diversificazione degli skill, all’assecondamento delle diverse capacità dei nativi digitali? Siamo sicuri che, come si devono riprogrammare i dirigenti aziendali, non si deva operare uno sforzo di riprogrammazione dei Docenti, verso una nuova didattica meno informativa e più assistita, meno ex-cathedra e più “hands-on”?

Il vero cambiamento, alla fine, è sociale. Se è vero che il focus si sposta da chi produce a chi consuma (da “prendi-quel-che-c’è” a “produci-quel-che-serve”) è vero che la fame di talenti non coinvolge solo la sfera produttiva, ma si espande alle sfere del design di prodotto, del marketing, del post vendita, della “servilizzazione” (interessante il contributo di Hexagon in “Tecnologie in campo” su questo numero). E dunque le nuove professioni, di matrice umanistica, economico-sociale, linguistica, sostituiranno in gran parte quelle di matrice squisitamente tecnica. E le Università dovranno, necessariamente, farsi carico anche della riqualificazione delle forze lavoro a rischio emarginazione perché le loro competenze sono diventate obsolete.

La grande industria è ragionevolmente pronta ad accogliere la sfida. La piccola fa un po’ più fatica. E… l’Università?